Fisiologia del respiro

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Se pensiamo al respiro, l'immagine che si presenta è quella dei polmoni: tutti sappiamo che è all'interno dei polmoni che avvengono gli scambi gassosi necessari alla nostra esistenza. È tuttavia interessante ricordare che i polmoni sono passivi durante la respirazione, e che questa avviene a seguito di movimenti muscolari.
I muscoli che sostengono la respirazione sono:il diaframma, che forma una sorta di cupola che separa il torace dall'addome; gli intercostali;i muscoli toracici (stemocleidomastoideo, pettorali, grande dentato);gli addominali.

Il principale motore della respirazione è dunque il diaframma.

Il diaframma

Questo importantissimo protagonista della nostra vitalità e del nostro benessere è collocato, come abbiamo visto, fra torace e addome. Ha le sue inserzioni cioè su sterno, coste e vertebre lombari. Il suo movimento può essere visualizzato come quello di uno stantuffo: il diaframma infatti si abbassa durante l'inspirazione e si solleva durante l'espirazione.
La capacità di escursione del diaframma è di circa 7-8 cm.
Durante la respirazione a riposo, il suo movimento è di circa 1,5 cm, il che significa un'immissione di aria di circa 0,5 litri.
Nella respirazione profonda, quando cioè il diaframma si muove in tutta la sua capacità, la quantità di aria "movimentata" arriva a circa 2,8 litri.
Il diaframma, da solo, assicura il movimento respiratorio fondamentale; nella respirazione di piccola ampiezza, è coadiuvato dai muscoli intercostali, mentre nella respirazione di grande ampiezza, la sua azione è supportata dai muscoli toracici nell'inspirazione e dagli addominali nell'espirazione.
Dunque, il diaframma funziona come una pompa per sostenere le nostre funzioni vitali: è in genere sottostimato il fatto che il diaframma non ha solo funzione di principale muscolo respiratorio, ma gioca un ruolo importantissimo nella circolazione e nella digestione.


imageDurante le ventiquattr'ore, il diaframma movimenta una quantità di sangue quattro volte superiore a quella del cuore. In particolare, il suo movimento provvede alla rimozione delle stasi circolatorie delle cavità addominale e del piccolo bacino (pelvi), ove sono contenute grandi quantità di sangue, e negli arti inferiori. Di fatto, molte persone lamentano una "cattiva circolazione" nelle gambe o una digestione alquanto lenta, senza peraltro presentare alcun difetto né a carico del cuore né a carico dell'apparato digerente. Ebbene, questi problemi circolatori e digestivi possono sovente essere dovuti a una scarsa mobilità diaframmatica.



È legittimo a questo punto chiedersi come mai la respirazione, visto che è una funzione naturale, e che avviene indipendentemente dalla nostra volontà, non si svolga nella maniera migliore "naturalmente", ma sia invece nella maggior parte di noi alquanto carente.
È un dato di fatto che noi non adoperiamo nemmeno un sesto della nostra capacità respiratoria: è un po' come se la nostra auto funzionasse a due cilindri anziché a quattro: ci stupiremmo delle sue ridotte prestazioni? No di certo; eppure, pretendiamo che il nostro insieme psicofisico sia sempre al meglio delle sue possibilità, quando le nostre cellule sono ossigenate appena il minimo indispensabile.
Dunque, come avviene che dalla respirazione ampia, piena, libera del neonato, si arrivi poi a una condizione respiratoria così ristretta, che è considerata dagli yogi come uno stato paragonabile a quello di malattia?
Vediamo i movimenti respiratori.

L'inspirazione

Abbiamo visto che i polmoni sono contenitori passivi. Ciascun polmone è avvolto dalle pleure, che sono due membrane, di cui quella interna è a contatto col tessuto polmonare e quella esterna con la gabbia toracica.
Senza entrare in troppi particolari anatomici, diciamo che ogni movimento della gabbia toracica provoca un movimento dei polmoni. Durante l'inspirazione, il diaframma si abbassa; i muscoli intercostali allargano le coste e queste ruotano ancora un po' verso l'esterno: tutto questo aumenta il volume della gabbia toracica, creando così un vuoto al suo interno (pressione negativa), che provoca l'aspirazione dell'aria.
L'inspirazione è dunque un movimento attivo.


L'espirazione

È dovuta, nel corso della respirazione normale, cioè non volontaria, all'azione del tessuto polmonare che, essendo elastico, ha la tendenza a ritornare allo stato originario dopo la sua estensione, avvenuta durante l'inspirazione.
A questo si aggiunge il movimento di ritorno, cioè di abbassamento del torace, dovuto semplicemente alla forza di gravità che fa ricadere la gabbia toracica per effetto del suo stesso peso.
L'espirazione è quindi un movimento passivo.

Tuttavia, nell'espirazione profonda, entrano in gioco i muscoli addominali, che si contraggono per consentire al diaframma di risalire il più in alto possibile.
L'espirazione profonda, perciò, è invece un movimento attivo.

Da quanto esposto, risulta evidente che la respirazione avviene grazie a movimenti muscolari, primo tra tutti quello del diaframma.
Le cause di una respirazione ridotta, ovvero contratta possono essere le seguenti.
Dal momento della nascita in poi, il nostro essere subisce costantemente delle modificazioni. Il neonato sgambettante inizia a fare i conti con la realtà esterna: egli non è più un tutt'uno con l'organismo della madre che gli forniva costantemente tutto ciò di cui aveva bisogno. Adesso capita che le sue esigenze non vengano immediatamente soddisfatte, ma che ci siano anzi dei tempi d'attesa. In questi momenti il neonato fa la conoscenza con due emozioni che non lo abbandoneranno mai più per tutta la vita: l'incertezza (insicurezza) e la paura.
Così, in maggiore o minore misura, a seconda delle nostre personali esperienze infantili, ogni volta che siamo frustrati per qualcosa, sperimentiamo nuovamente quelle antiche paure, che nel corpo si esprimono con contrazioni muscolari "di difesa".
Queste contrazioni, che diventano croniche, interessano i muscoli del tronco, quindi proprio quelli della funzione respiratoria: col passare degli anni, le spalle sono sempre più contratte, il dorso si irrigidisce e la colonna vertebrale perde gran parte della sua mobilità, il diaframma "si fissa" nella sua escursione minima.

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