La parola Meditazione

imageCome prima cosa, cerchiamo di capire la parola meditazione.
In sanscrito c'è una parola specifica, per indicare la meditazione: dhyana. In nessun altra lingua esiste una parola che abbia lo stesso significato, è intraducibile: per duemila anni si è ammesso che non potesse essere tradotta, per il semplice motivo che in nessun’altra lingua quell’esperienza era stata tentata, né si era sperimentato lo stato dell’essere che essa denota; dunque, le altre lingue non possiedono quella parola.
Una parola è necessaria solo quando c’è qualcosa da dire, qualcosa da indicare. In inglese e nelle lingue occidentali esistono tre parole: la prima è concentrazione ma dhyana non è affatto concentrazione.
La concentrazione indica che la tua mente è focalizzata su un punto.
Di solito la mente si muove in continuazione, ma se si agita tanto, ti è impossibile usarla per lavorare su un oggetto in particolare.
La concentrazione è la mente messa a fuoco su un punto: ha una sua utilità, perché in quel modo puoi scendere sempre più in profondità su un oggetto specifico. E' ciò che la scienza continua a fare: scoprire sempre più ciò che riguarda il mondo oggettivo. Un uomo, la cui mente vaga in continuazione senza meta alcuna, non può essere uno scienziato.
L’arte dello scienziato è tutta qui: egli è in grado di scordarsi il mondo intero e focalizzare tutta la sua consapevolezza su un’unica cosa. E quando l’intera consapevolezza è riversata su quell’unico oggetto, accade qualcosa che somiglia a un raggio di sole concentrato attraverso una lente: si può creare il fuoco.
Di per sé, i raggi del sole non possono creare alcun fuoco, perché sono diffusi ovunque; si allontanano sempre più l’uno dall’altro. Il loro movimento è l’esatto opposto della concentrazione. Concentrazione significa questo: l’unione di quei raggi, il loro incontrarsi in un unico punto; e quando tutti quei raggi si incontrano in un unico punto, scatenano l’energia necessaria per generare il fuoco.
La consapevolezza ha la stessa qualità: basta concentrarla e si può penetrare in profondità nei misteri degli oggetti.

In secondo luogo: non è contemplazione.
La concentrazione è focalizzazione su un unico punto; la contemplazione ha un campo più ampio. Puoi contemplare la bellezza, le cose belle sono migliaia: puoi passare da una all’altra. Puoi avere molteplici esperienze di bellezza; puoi passare da un’ esperienza all’altra, pur restando confinato allo stesso tema.
La contemplazione è una concentrazione allargata, non focalizzata su un punto, tuttavia confinata a un argomento. Spazierai, la tua mente si muoverà, ma rimarrà confinata all’interno di un unico campo.
La scienza usa come metodo la concentrazione, la filosofia usa la contemplazione. Anche nella contemplazione dimentichi qualsiasi cosa esuli dal tuo soggetto. Il tema è più ampio e il tuo raggio d’azione è maggiore. Nella concentrazione puoi solo scendere sempre più in profondità, restringerti e focalizzarti sempre più, puoi restringerti fino a diventare la punta di uno spillo, ma non hai alcuno spazio in cui muoverti.

Quindi la parola meditazione va intesa in quanto dhyana, perché anche il termine meditazione le dà una connotazione sbagliata.
Infatti ogni volta che si parla di meditazione  può essere chiesto: "Su cosa mediti?".
La parola stessa implica un oggetto. Si può dire: "Sto meditando sulla bellezza, sulla verità, su Dio", ma non si può semplicemente dire: "Sto meditando", la frase suona incompleta.
Dhyana significa: “Sono in meditazione”. In quel "sono in meditazione" è racchiuso tutto il significato di dhyana. Dunque, neppure meditazione è la parola giusta. Poiché non ne esistono altre, dovremo usare meditazione ma sarebbe più corretto dire dhyana.
In Cina e Giappone, duemila anni orsono, dovettero affrontare questa stessa situazione: infatti, quando entrarono in Cina, i monaci buddhisti non riuscirono a trovare una sola parola per tradurre il termine buddhista jhana. Era questa la parola usata da Buddha: la traslitterazione in pali del sanscrito dhyana.
Jhana dunque arrivò in Cina e divenne chan. Quando poi arrivò in Giappone, divenne zen, ma la parola è la stessa: dhyana.

Meditazione, nel senso comune del termine, è qualcosa a metà tra la concentrazione e la contemplazione. La concentrazione è focalizzata su un punto; la contemplazione ha un raggio d’azione più ampio, e la meditazione è un frammento di quel raggio.
Quando contempli un particolare oggetto, affiorano cose che richiedono un’attenzione maggiore, per cui mediti. Questo è il senso di meditazione: concentrazione e contemplazione sono due polarità; esattamente nel mezzo si trova la meditazione.




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